Dati&menzogne
I grafici sul clima si possono manipolare come ha fatto Franco Battaglia su “La Verità”
Nel dibattito sui cambiamenti climatici troviamo, da parte dei negazionisti, una pratica comoda e sempre più diffusa: l’uso di grafici e dati per giustificare le proprie tesi. Un sistema che funziona perché un grafico è fatto di dati e allora sarebbe, il condizionale è d’obbligo, per definizione oggettivo. Ma un grafico non è mai solo una sequenza di numeri oggettivi, è una scelta di scala, di periodo, di area geografica, di variabile da rappresentare e di confronto da proporre. E può diventare uno strumento di conoscenza, oppure, anche se solo manipolato nel contesto, un sistema di disinformazione. Il caso più recente denunciato da Climalteranti.it, opera del noto negazionista climatico Franco Battaglia e pubblicato il 2 agosto 2026 su “La Verità”, è significativo perché non riguarda un dato inventato, ma reale, visto che proviene da un carotaggio della calotta groenlandese del progetto GISP2 e racconta variazioni climatiche del passato.
Scrive Battaglia nell’articolo che accompagna il grafico: «Ecco il clima del Pianeta nel corso degli ultimi 10.000 anni, derivato dai carotaggi in Groenlandia. All’estrema destra della figura ci siamo noi, ove l’ultima parte del grafico, la caccola di riscaldamento dentro il cerchio rosso, sarebbe quello che toglie il sonno agli sprovveduti». In pratica si presentano la storia, recente, della temperatura del Pianeta e la “prova” che il riscaldamento climatico di oggi sarebbe solo una piccola oscillazione finale, indistinguibile da quelle di un remoto passato. Il problema è che questo grafico non arriva fino a oggi, il 2026, visto che la scala temporale è espressa in “anni prima del presente, il 1950”, e nella paleoclimatologia il “presente” e quindi l’ultimo punto della serie cade intorno al 1855. Ben 95 anni prima del 1950. Quindi manca nell’analisi resa dal grafico tutta la rivoluzione industriale che è la grande responsabile delle emissioni da combustibili fossili e il conseguente aumento della temperatura media globale osservato dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi.
Grafici capovolti
È una mancanza che cambia completamente il significato del grafico. Facciamo qualche esempio. Se togliamo a un grafico finanziario un crollo dovuto a una crisi o l’impennata dei prezzi dell’energia degli ultimi anni, non stiamo descrivendo il mercato. Se togliamo da una curva epidemiologica un’epidemia, non stiamo facendo epidemiologia. E se togliamo da una serie climatica il periodo industriale responsabile di gran parte delle emissioni, non dimostriamo che il riscaldamento che stiamo vivendo è normale e non antropico come Battaglia vorrebbe dimostrare, ma semplicemente negando, nascondendolo, un dato essenziale che, al contrario, dovremmo valutare.
E se non bastasse c’è un’altra questione grave. Un carotaggio in Groenlandia, infatti, non è il termometro del Pianeta, ma una ricostruzione, preziosa ma locale, che registra le condizioni di un sito specifico, influenzato da una serie di fattori quali la latitudine, l’altitudine, la dinamica dei ghiacci e da una nutrita serie di fattori regionali. Usare questi dati come se riguardassero la temperatura media globale planetaria è a livello scientifico molto grave perché significa confondere il dettaglio con l’insieme. Sarebbe in pratica come descrivere l’economia italiana usando un solo comune, o la qualità dell’aria europea con una sola centralina collocata in una strada urbana. Magari scegliendo il comune, o la centralina, a seconda di ciò che si vuole dimostrare.
Clima locale
Certi territori, infatti, hanno oscillazioni di temperatura diverse da quelle globali, come dimostrano le anomalie termiche dell’estate 2026. Prime tra tutte quella artica e quella europea. E per ciò che sostiene Franco Battaglia, ossia che “il clima è sempre cambiato”, si tratta di verità. Nei millenni, infatti, ci sono stati sempre cambiamenti climatici dovuti ai motivi più diversi, come variazioni orbitali, vulcanismo, attività solare, circolazione oceanica e quant’altro. In realtà, la domanda scientifica che dobbiamo porci oggi non è se il clima possa cambiare, ma perché cambia in questo momento, per quale motivo, con quale velocità e che conseguenze stanno avendo questi cambiamenti sulla società, sugli ecosistemi e sulle infrastrutture.
La letteratura scientifica lascia poco spazio all’ambiguità. L’IPCC ha rilevato che la temperatura globale è aumentata più rapidamente dal 1970 che in qualsiasi altro intervallo di 50 anni degli ultimi almeno 2.000 anni. E il fenomeno accelera, visto che le temperature del decennio 2011-2020 hanno superato quelle degli ultimi 6.500 anni. Non è l’esistenza di un clima dinamico nel passato, quindi, a smentire il riscaldamento antropico. Anzi, questo grafico paleoclimatico dimostra nei fatti, se letto nel suo contesto naturale, quanto sia eccezionale la rapida trasformazione di questi pochi decenni che in passato si effettuava in centinaia se non migliaia di anni.
Il trucco della decontestualizzazione
Vediamo nel dettaglio come la “disinformazione grafica” sul clima tenda a ricorrere a pochi espedienti, tutti ben riconoscibili:
• tagliare la serie nel momento più utile, ossia escludere gli anni recenti è la maniera più semplice per cancellare l’accelerazione;
• scambiare locale per globale, così un singolo ghiacciaio, una sola stazione meteorologica o un particolare carotaggio diventano magicamente il “clima del Pianeta”;
• confondere temperatura, anomalia e scala. Lo zero di un’anomalia, per esempio, non è lo zero termico, mentre una scala verticale compressa o dilatata può rendere invisibile una tendenza per così dire “scomoda”;
• mescolare dati di natura diversa senza dichiararlo. Dati paleoclimatici e diverse osservazioni strumentali hanno una risoluzione temporale, incertezze e significati diversi;
• sostituire la velocità con la sola ampiezza. Cambiamenti climatici di alcuni decimi o gradi non sono comparabili se non si comunica l’orizzonte temporale, ossia se avvengono in dieci, cento o diecimila anni.
E qui si pone la questione dell’informazione. Il giornalismo, infatti, non ha il compito di chiedere ai lettori un atto di fede negli esperti, di qualsiasi natura essi siano, ma ha invece il dovere di rendere visibili metodi e scelte, affinché i cittadini possano valutare consapevolmente. Tradotto: nel caso specifico un grafico corretto deve dire quale grandezza o misura adotta, dove e quando lo fa, con quale metodo e rispetto a quale riferimento e con quali margini di incertezza opera. Se non fa tutto ciò non è informazione, ma manipolazione. E questo vale per chiunque.
Il negazionismo climatico oggi non si presenta più con la formula brutale del tipo “il clima non cambia”, ma è diventato più adattivo e usa frasi del tipo “è sempre cambiato”, “non è eccezionale”, “i dati sono incerti”, “non ne sappiamo abbastanza”, “la Groenlandia era più calda”, seminando dubbi circa il fatto che oggi ciò che si vuole negare è l’origine antropica del cambiamento climatico spargendo dubbi rafforzati da “piccole certezze”. Ogni frase, infatti, può contenere un frammento di verità, e il lavoro di falsificazione consiste nel disporre quei frammenti in modo da produrre una conclusione che è falsa agli occhi degli specialisti ma crea un contesto di certezze “dubitative”.
Ed è qui che un grafico “mutilato” acquista valore politico. Non si vuole contestare una misura specifica, ma si vuole indebolire l’idea stessa che l’azione climatica abbia una grande urgenza. Se il presente appare come una normale oscillazione, ecco allora che non servono politiche di riduzione delle emissioni, investimenti nella transizione, adattamento urbano, protezione delle risorse idriche o scelte industriali coerenti con il rischio dei cambiamenti climatici. In definitiva, un grafico “onesto” non elimina l’incertezza, ma la dichiara, mentre un grafico “disonesto” non ha bisogno di falsificare i numeri: gli è sufficiente togliere dal contesto ciò che quei numeri dicono davvero.
*direttore di Nextville
Riferimenti
-
Un altro grafico fuorviante su La Verità per disinformare sul clima
sul sito climalteranti.it