Cambiamento di campo
La negazione della crisi climatica cambia pelle ma è sempre più fossile
Oggi c'è un fenomeno politico al quale si deve assolutamente prestare attenzione. Nella destra occidentale l'atteggiamento verso l'ambiente non è scomparso, ma è cambiato. Fino a pochi anni fa, anche i più grandi conservatori riconoscevano il fatto che il cambiamento climatico esiste, che è un problema e che richiede una risposta. Si poteva, allora, discutere di strumenti, tempi, costi, ruolo del mercato, nucleare, gas, tasse degli incentivi e quant'altro. Ma l'obiettivo generale, ossia quello di ridurre le emissioni e limitare la crisi climatica, rimaneva, almeno sulla carta, condiviso. Ora non più.
Donald Trump ha riavviato, per la seconda volta, il ritiro del Paese dall'Accordo di Parigi e ha messo al centro le fonti fossili. Il primo giorno del suo secondo mandato ha dichiarato un'"emergenza energetica", ha ordinato misure per favorire al massimo petrolio e gas, bloccando le nuove autorizzazioni per l'eolico, anche e specialmente offshore. Non è un'operazione solo energetica, ma anche simbolica. Le rinnovabili sono presentate come un vincolo burocratico alla libertà energetica, mentre tutto il fossile, con trivelle, gasdotti e carbone diventano emblemi dell'indipendenza nazionale e della libertà economica.
Si tratta di una vera inversione di rotta. Secondo Climate Action Tracker, Trump punta a ridurre le regole sulle emissioni dei settori elettrico e dei trasporti e sostiene anche una nuova espansione di petrolio, gas e centrali fossili. Nucleare compreso. Mentre la stessa analisi ci dice che l'eliminazione o il ridimensionamento degli incentivi federali rallenta, e di molto, lo sviluppo delle rinnovabili.
In Germania il partito neonazista Alternative für Deutschland (AfD) è ancora più netto. Nel programma per le elezioni federali del 2025 ha proposto l'uscita dall'Accordo di Parigi, l'abolizione delle tasse e degli oneri legati alla CO₂, il rifiuto assoluto delle politiche climatiche e la prosecuzione nell'uso intensivo di carbone, petrolio e gas. Sempre nel programma c'è scritto a chiare lettere: «l'AfD sostiene che il clima non possa essere protetto dall'azione umana e chiediamo di abbandonare l'accordo internazionale sul clima». Non siamo più solo davanti a una diversa politica energetica.
Operazione inversione
L'operazione è sofisticata, visto che la crisi climatica viene sottratta al contesto dei dati fisici, della meteorologia, delle emissioni e dell'adattamento e viene collocata dentro una guerra culturale. La riduzione delle emissioni è descritta come un'imposizione delle élite, di Bruxelles, degli ambientalisti, degli scienziati, delle grandi città e persino delle classi dirigenti globali. In contrapposizione si collocano l'energia, l'automobile, l'impresa nazionale, il lavoro industriale, la libertà individuale e la sovranità. Ovviamente tutto all'insegna del fossile.
Oggi non ci si chiede più come è possibile ridurre le emissioni senza lasciare indietro nessuno, ma si insinua invece perché dovremmo occuparci del clima, se ciò significa pagare di più, cambiare abitudini e stili di vita e sottostare a decisioni prese altrove. Per esempio a Bruxelles o alle Nazioni Unite.
La narrazione della transizione energetica ha problemi reali, che sono stati sottovalutati e affrontati con un linguaggio astratto. Anche e soprattutto dal settore ambientalista. La decarbonizzazione richiede enormi investimenti, servono reti elettriche più robuste e intelligenti, impianti di accumulo efficienti, sistemi di flessibilità, connessioni transfrontaliere, aggregatori delle rinnovabili, ricerca industriale, formazione professionale e una capacità amministrativa che molti Paesi europei oggi possiedono poco o addirittura per nulla.
Società più giusta
E poi è necessario introdurre una buona quantità di giustizia sociale. Perché un conto è dire che l'auto elettrica riduce le emissioni locali e diminuisce la dipendenza dal petrolio, un altro è dire a una famiglia che deve cambiare l'auto con una elettrica quando non può permettersi una vettura nuova e magari vive in un condominio privo di garage e quindi senza possibilità di ricarica. Chi scrive alcuni anni fa sentì noto un ambientalista definire con disprezzo e in pubblico "catorci tossici" le auto Euro 4. Oltretutto senza citare la loro virtuosità sul fronte del ciclo di vita (LCA).
Stesso discorso sull'efficientamento energetico degli edifici e sui conflitti territoriali sulle rinnovabili. Tutte questioni che la destra radicale intercetta ma che usa per arrivare alla conclusione che il problema non sono i combustibili fossili e le loro emissioni, ma le politiche climatiche. È un rovesciamento molto efficace sul piano comunicativo. Se la bolletta aumenta, se una fabbrica è in crisi, se un lavoratore teme per il proprio posto è semplice attribuire tutto ciò alla transizione, mentre si tace circa il fatto che il prezzo dell'energia dipende anche dalla volatilità internazionale del gas e del petrolio, dalla dipendenza dalle importazioni, dalle reti insufficienti, dalle rendite di posizione e dagli investimenti rimandati per decenni.
Un esempio di ciò. Nel 2016 Giorgia Meloni invitò a votare SI al referendum sulle trivelle per la tutela del mare opponendosi a nuove estrazioni entro le dodici miglia dalla costa. Giunta al governo, ha cambiato idea sostenendo la necessità di approvvigionarsi di gas e ha introdotto, con la legge 11 del 2024, misure per incrementare la produzione nazionale di gas, rimettendo in produzione le concessioni esistenti, inattive o sospese e aprendo a nuove concessioni offshore.
Crisi in corso
Il clima, però, non si ferma. Secondo il servizio europeo Copernicus, agosto 2026 è stato il mese di agosto più caldo mai misurato a livello globale e, insieme al luglio 2023, il mese più caldo dell'intera serie storica. La temperatura media globale dell'aria in superficie è stata di 16,96 °C, 1,65 °C sopra la stima della temperatura preindustriale. Incendi, siccità, ondate di calore, stress idrico, danni alle colture, città surriscaldate e infrastrutture vulnerabili sono realtà odierne. E la loro distribuzione è diseguale, visto che colpiscono con maggiore durezza chi abita in case peggiori, chi lavora all'aperto, chi dispone di meno risorse per proteggersi, chi vive in territori fragili o chi dipende da un'attività economica esposta al clima. E nel frattempo, mentre gli effetti del cambiamento climatico diventano più visibili, una parte della politica occidentale prova a ridurne il peso politico, e ciò non negando dati scientifici, ma cambiando l'oggetto del dibattito, che non è più la crisi climatica, ma l'ostilità verso chi ha le soluzioni.
La vera questione dei prossimi anni non è se abbracciare o meno la transizione ecologica in atto perché la impongono la crisi climatica, l'innovazione tecnologica, la competizione globale e la fragilità geopolitica delle fonti fossili. La vera scelta politica riguarda chi ne sosterrà i costi e chi ne riceverà i benefici. Rinunciare alla politica climatica non elimina i costi, ma li sposta. Dalle bollette ai danni delle alluvioni. Dalla trasformazione industriale alla perdita di competitività tecnologica. Dalla prevenzione alla ricostruzione. Dagli investimenti in prevenzione alle emergenze pagate dopo. Il tutto, in caso d'inazione, condito da un pesante bilancio di vite umane. Il cambiamento climatico può anche scomparire dai programmi elettorali, ma non scompare dalla realtà.