Milano, 6 ottobre 2026 - 10:01

Il Niño come alibi

(Sergio Ferraris*)

Aspettare la fine degli eventi estremi per un ritorno alla "normalità" significa non aver compreso la portata della crisi climatica

C'è un modo molto comodo e allo stesso tempo sbagliato di raccontare ciò che sta accadendo per quanto riguarda il clima: attribuire l'aumento di temperatura, le ondate di calore, le siccità e le precipitazioni distruttive a un fenomeno naturale chiamato El Niño. È comodo perché permette di trasformare una crisi strutturale, quella climatica di natura antropica, in una semplice parentesi meteorologica che passerà. In pratica si confonde l'amplificatore, El Niño, con la causa, la crisi climatica, aumentando così la confusione sul clima a tutto vantaggio dei negazionisti. L'El Niño è tornato e si sta rafforzando, come non mai, nel Pacifico equatoriale. L'Organizzazione meteorologica mondiale indica, con una probabilità prossima al 100%, che persista fino al febbraio 2027 e prevede che possa raggiungere un'intensità molto forte entro la fine dell'anno. Le anomalie della temperatura superficiale del mare nella regione Niño 3.4 sono già salite tra circa +2,2 e +2,6 °C rispetto alla media nelle settimane tra fine luglio e metà agosto. Si tratta di numeri che mettono in luce perché la comunità scientifica guarda al futuro prossimo con molta preoccupazione. El Niño infatti modifica la circolazione atmosferica planetaria e aumenta di parecchio le probabilità di ondate di calore, siccità e eventi meteo estremi in molte parti del mondo.

 

Non solo Niño

Ma non è il Niño, da solo, a produrre questi fenomeni. Come scrive Ivan Manzo nel suo articolo Overshoot climatico, sul numero 4/2026 di QualEnergia, citando le analisi di James Hansen, l'errore risiede nel considerare il Niño come una singola anomalia. In realtà El Niño si innesta su oceani già più caldi, su terre emerse che si riscaldano più rapidamente del mare e su un sistema climatico che accumula energia da decenni. Non è quindi un fenomeno isolato che offre un alibi, ma è un amplificatore, ossia un fattore che spinge più in alto la temperatura globale che è già fuori dalla normalità. L'Europa, nell'estate 2026, ha sperimentato tutto ciò sulla propria pelle. Le quattro ondate di calore consecutive che hanno attraversato il continente hanno prodotto circa 35 mila morti in eccesso. Ed è un conto in difetto, riferito, per ora, solo a una parte dei Paesi europei. Germania, Francia e Spagna, le nazioni più puntuali nel monitorare gli effetti delle ondate di calore, da sole hanno già conteggiato le 25 mila morti. E dietro questi numeri ci sono anziani, persone fragili, lavoratori esposti, abitazioni che trattengono calore e città progettate per un clima che non esiste più. Mentre si notano solo piccoli, tardivi e limitati segnali di adattamento al clima che cambia.

 

Cronache del clima

La prima regola dell'adattamento dovrebbe essere la prevenzione attraverso l'informazione. E l'Italia su ciò è molto deficitaria. Dopo una discreta dose d'informazione durante le quattro ondate di calore, che però sono state trattate come un caso di cronaca, la stampa italiana è passata ad altro. E ora, sempre a proposito di clima non vede ciò che accade oltre confine. Tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre la Spagna è passata dall'estate più calda mai registrata a un'emergenza per precipitazioni torrenziali. A Madrigueras, nella provincia di Albacete, sono caduti 142 millimetri di pioggia; una donna di 102 anni è morta e circa 90 persone sono state soccorse. In Catalogna, sono arrivati tra i 90 millimetri in un'ora e 200 millimetri in meno di sei ore di pioggia torrenziale in alcune aree delle province di Barcellona e Girona, con piene e inondazioni. Stessa cosa per la Francia. Nei dipartimenti di Gard e Hérault sono arrivati alluvioni rilevanti e rovesci di pioggia fino a 200-300 millimetri all'ora. 

È il paradosso solo apparente di un Mediterraneo sempre più caldo, con lunghi periodi di deficit idrico e siccità che non escludono i rovesci d'acqua, ma li concentrano. Quando l'acqua arriva, trova suoli induriti, città impermeabilizzate e bacini incapaci di assorbirla in tempi rapidi e compatibili con la sicurezza delle persone. E oltre a tutto ciò abbiamo un contesto fisico severo e grave. Un'atmosfera più calda trattiene più vapore acqueo, mari più caldi trasferiscono più energia e umidità ai sistemi perturbati, gli eventi estremi diventano più frequenti e più violenti. L'estate europea del 2026 con le sue ondate di calore e l'inizio dell'autunno nel mediterraneo raccontano quindi una stessa narrazione. Prima il caldo che uccide senza fare rumore, poi l'acqua che travolge e costringe ai soccorsi. In mezzo, l'illusione che siano emergenze separate. Ma non è così. Abbiamo una crisi sanitaria d'estate, una questione di protezione civile in autunno, una perturbazione eccezionale in Spagna, un episodio estremo in Francia, una stagione agricola da archiviare in Italia, tutto letto come episodi separati, ma non è così. Si tratta di espressioni diverse di un sistema climatico che ha superato le condizioni sulle quali sono state costruite le nostre infrastrutture, le nostre città, l'agricoltura e anche le agende politiche.

 

Clima limitato

E qui si trovano tutti i limiti del dibattito climatico italiano. Si parla di adattamento quando i danni sono già avvenuti, di piani quando servirebbero cantieri e di prevenzione come se fosse una spesa opzionale rinviabile sine die. Ma l'adattamento non può essere un capitolo residuale della politica e a cascata della Pubblica amministrazione. È necessario mettere in sicurezza le reti idriche, liberare spazio per i fiumi, fermare, subito, il consumo di suolo, rafforzare i sistemi di allerta, ripensare le città per le ondate di calore, proteggere le persone più vulnerabili e garantire servizi sanitari capaci di affrontare le emergenze termiche. E oltre a ciò è necessario riconoscere che l'adattamento ha un limite. Più cresce la temperatura, più si restringe lo spazio materiale nel quale è possibile adattarsi. 

Il Niño si sta intensificando e le sue conseguenze si faranno sentire fino al 2027. Ma aspettare che finisca in attesa del ritorno di un'ipotetica normalità significa non capire il problema, o, peggio, non volerlo affrontare. La normalità, oggi, non esiste. O meglio, è già cambiata. La domanda non è se l'Europa debba prepararsi a un clima più estremo (lo sta già vivendo e i prossimi anni saranno sempre più caldi). La domanda, politica prima ancora che tecnica, è se continueremo a raccontarlo come una successione di disastri inevitabili oppure se decideremo finalmente di ridurre le emissioni e di adattare territori e servizi alla nuova realtà climatica.