Milano, 3 novembre 2026 - 11:12

Bollette in piazza: mancano le rinnovabili

(Sergio Ferraris*)

Nelle piazze italiane del 30 ottobre la presenza di rinnovabili e clima era assai ridotta, se non assente

«Abbassate le tariffe». Questa la parola d'ordine unificante dello sciopero generale del 30 ottobre che ha portato nelle piazze la difesa dei salari, delle pensioni e dei servizi pubblici, il diritto alla casa e l'opposizione all'economia di guerra. Richieste giuste. Il problema è ciò che viene dopo. Nei comunicati nazionali, infatti, clima e rinnovabili non sono emersi come assi della mobilitazione. L'energia compare soprattutto attraverso il suo costo, molto meno attraverso la necessità di cambiare il sistema che la produce e le condizioni alle quali possiamo accedervi. Il punto è politico. Nelle rivendicazioni non ha trovato uno spazio riconoscibile il collegamento tra la protezione dei redditi e la trasformazione energetica. Nelle piazze si è chiesto di contenere la bolletta, ma non si è messa al centro una delle strade maestre per ridurre l'esposizione agli shock che possono farla aumentare. Efficienza, elettrificazione e rinnovabili che servono anche a diminuire la vulnerabilità delle famiglie e delle attività economiche alla volatilità dei combustibili fossili. Nelle piazze italiane, infatti, è mancato un pezzo importante per decidere il futuro del Paese.

 

Il salario non finisce nella busta paga

Sarebbe sbagliato leggere questa mobilitazione con la contrapposizione tipica del secolo scorso che vedeva da una parte chi difende il lavoro, dall'altra chi difende l'ambiente. Una contrapposizione fuori dal tempo che consentiva a tutti di restare nel proprio comodo recinto, senza affrontare il problema comune. Il potere d'acquisto, infatti, non dipende soltanto dalla cifra scritta nella busta paga: dipende anche da quanto costa abitare, riscaldarsi, spostarsi e accedere ai servizi. Per questo la sicurezza energetica non può essere ridotta alla disponibilità di combustibili, ma comprende la possibilità di ottenere energia a prezzi sostenibili. È una distinzione esplicita anche nell'analisi dell'Agenzia internazionale dell'energia (Iea), che considera gli effetti dei rincari tanto sulle famiglie quanto sulle attività industriali. La domanda, quindi, non è se i lavoratori possano permettersi di occuparsi della transizione. La questione è quale transizione possa migliorare le loro condizioni e quale politica possa renderla accessibile anche a chi non dispone dei capitali necessari per cambiare impianto, riqualificare la casa o acquistare un veicolo elettrico. E il clima non deve essere una voce da aggiungere in fondo alla piattaforma, ma dovrebbe ridefinire, in senso di un futuro migliore, le questioni sociali.

 

Proteggere l'oggi per cambiare per il domani

Un esempio aiuta a capire la distanza tra emergenza e strategia. Nel documento di sostegno alle mobilitazioni di agricoltori e autotrasportatori, USB chiede prezzi controllati dei carburanti e una tassazione straordinaria dei profitti delle imprese energetiche, della grande distribuzione e delle banche. È una risposta costruita attorno al sollievo immediato e alla redistribuzione, ma non è, di per sé, una proposta per ridurre nel tempo la dipendenza dai carburanti fossili in direzione delle rinnovabili, che sono tra l'altro distribuite sul territorio e offrono possibilità di autoproduzione energetica a prezzi fissi per cittadini e imprese. E non si tratta di cose incompatibili. Una vera politica sociale, infatti, deve impedire che le persone siano travolte dai costi dell'emergenza e deve anche costruire le condizioni perché quella vulnerabilità diminuisca.

Il punto di fondo non è negare il sostegno, come nel caso dei carburanti, ma domandarsi che cosa ci sia dopo il sostegno. Quali alternative si finanziano? Quali infrastrutture si realizzano? Chi accompagna le piccole imprese e i lavoratori nella trasformazione? Come si evita che la protezione dell'esistente diventi l'unico orizzonte disponibile? Una piattaforma che domanda energia meno cara dovrebbe contenere anche una proposta su come produrla e utilizzarla in maniera alternativa.

 

Politica sociale

È qui che le rinnovabili e il clima potrebbero entrare in una piattaforma sindacale non come un omaggio di facciata all'ambientalismo, ma come parte integrante di una seria politica sociale, orientata ai bisogni dei cittadini. Si potrebbe chiedere di collegare il diritto alla casa alla riqualificazione energetica dell'edilizia pubblica. Di dare priorità alle famiglie che non possono anticipare le spese degli interventi. Di accompagnare gli investimenti su scuole e ospedali con programmi per ridurne i consumi e produrre energia rinnovabile. Di fare dell'autoconsumo e delle comunità energetiche strumenti di partecipazione, anziché opportunità riservate a chi possiede già risorse e competenze. Si devono rivendicare una mobilità accessibile che non costringa a scegliere tra l'uso dell'automobile e la rinuncia agli spostamenti e una politica industriale che leghi la trasformazione energetica alla formazione, alla qualità dell'occupazione e alla tutela dei lavoratori coinvolti. Si tratta di proposte da discutere, non di soluzioni da proclamare senza verificarne costi e condizioni d'applicazione, specialmente a livello sociale. La vera questione non consiste in come compensare le bollette elevate, ma in come ridurre in modo strutturale la vulnerabilità di chi le riceve. La vera giustizia sociale della transizione energetica si misura anche e specialmente dalla possibilità di parteciparvi a pieno titolo senza essere già benestanti.

 

Nessun automatismo

Naturalmente, sarebbe una scorciatoia scrivere che bastano più impianti rinnovabili per avere immediatamente bollette basse per tutti. La trasformazione energetica richiede investimenti e infrastrutture, presenta problemi di sicurezza delle filiere e deve essere accompagnata da politiche capaci di distribuire costi e benefici. La IEA, infatti, sottolinea sia la possibilità di ridurre l'esposizione ai prezzi fossili, sia la necessità di governare i rischi della transizione. E questo deve essere il terreno di iniziativa sindacale. Se occorre decidere chi paga gli investimenti, chi beneficia dei risparmi, quali lavoratori vengono tutelati e quali territori ospitano le infrastrutture, siamo al centro della questione sociale. Non al di fuori, né ai suoi confini.

 

Assenza rinnovabile

L'assenza, nel 2026, delle questioni legate alle rinnovabili e al clima, che solo sette anni fa riempivano le piazze di tutto il Pianeta di giovani adottando le parole di Greta Thunberg «La nostra casa sta bruciando», contrasta con tutte le parole d'ordine che trovano spazio nelle piazze dell'autunno 2026 e che puntano al futuro. È come se mancasse un pezzo di futuro. E non serve una pala eolica o un pannello fotovoltaico su ogni striscione: serve una proposta politica capace di tenere insieme salario, energia e clima. È una sintesi che il mondo del lavoro non ha fatto, ma sulla quale l'ambientalismo odierno fatica persino a trovare gli schemi interpretativi necessari. Ed è un limite netto che deriva da un'eccessiva verticalizzazione del pensiero ambientalista, che negli ultimi anni ha perso l'impronta sociale tipica degli anni settanta del secolo scorso. In pratica l'ambientalismo di questo inizio secolo ha aumentato a dismisura le proprie potenzialità d'analisi, anche grazie alla sensoristica diffusa e alla capacità di calcolo, in relazione alle questioni ambientali, ma ha perso quasi totalmente le proprie capacità interpretative a livello sociale, scavando così un vero e proprio fossato tra ambiente e sociale e favorendo in ultima analisi le forze fossili che s'oppongono alla transizione energetica. Il lavoro di ricucitura tra questi due mondi è complesso, anche perché oggi parlano linguaggi diversi e si basano su metodologie d'azione altrettanto diverse. Ma si tratta di una questione che deve essere affrontata, perché l'alternativa è un futuro assolutamente “non desiderabile”.